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Denunciano i ginecologi: 70mila isterectomie all'anno sono troppe

L'uso più diffuso di un dispositivo intrauterino a rilascio di levonorgestrel, chiamato Mirena, potrebbe evitare a molte donne l'intervento di isterectomia: fino al 60% di loro potrebbe ottenere una soluzione terapeutica senza ricorrere alla chirurgia. Questo è il risultato della ricerca che la professoressa Margit Dueholm del Dipartimento di Ginecologia e Ostetricia dell’Università danese di Aarhus, ha pubblicato sulla rivista Acta Obstetricia et Gynaecologica, 2010.
L’intervento di isterectomia è il più praticato al mondo dopo il taglio cesareo: lo ha subito una ultrasessantenne americana su tre e una su cinque nel Regno Unito. In Italia ogni anno 70.000 donne vengono sottoposte a isterectomia ma, come spiega la dottoressa Valeria Dubini, ginecologa presso l'Ospedale San Giovanni di Dio di Firenze e vicepresidente nazionale dell'Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI), «Sono troppe, anche perché spesso questi interventi sono praticati in modo improprio, soprattutto per risolvere patologie benigne come le mestruazioni abbondanti». Il 20% delle pazienti che si rivolge al ginecologo soffre di questo disturbo ma viene considerato dalla maggior parte di loro come un fatto fisiologico e sopportato con disagi spesso pesanti.
Il dottor Giampietro Gubbini, ginecologo responsabile di ‘MeStop: il progetto salva-utero’ afferma: «Le donne affette da mestruazioni abbondanti non possono uscire di casa, rinunciano a viaggiare, sono costrette a indossare assorbenti ingombranti con una significativa compromissione della sfera relazionale. Un problema socialmente rilevante, spesso non gestito nella maniera corretta. Infatti, la comunità scientifica è concorde: il trattamento più favorevole è il sistema intrauterino a lento rilascio di levonorgestrel, raccomandato come prima scelta, valida alternativa farmacologica agli interventi demolitivi». Il dispositivo è già indicato dalle linee guida internazionali e dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) come metodo di prima scelta per affrontare i flussi eccessivi.


Fonte: “Acta Obstetricia et Gynaecologica", marzo 2010

 

 

Contraccezione di emergenza: la pillola dei 5 giorni dopo presto sarà venduta anche in America

Una nuova versione della cosiddetta pillola del giorno dopo sta per essere commercializzata anche in America, dopo aver già ottenuto il consenso in Germania, Francia e Gran Bretagna.
Si tratta di un farmaco simile a quello già in commercio che può tuttavia essere assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto a rischio. Per chi deve ricorrere alla contraccezione di emergenza si tratta di un margine di tempo sicuramente più ampio rispetto ai 3 giorni concessi dalla “vecchia” pillola del giorno dopo.
Questo implica inoltre che, a differenza della pillola già in commercio, il nuovo farmaco interviene non solo sul processo di ovulazione ma anche su quello di post-ovulazione, poiché non perde efficacia con il passare dei giorni.
La nuova pillola, a base di ulipristal acetato, è stata somministrata a 1241 donne americane, le quali hanno riportato effetti collaterali di medio-bassa intensità (mal di testa, nausea e dolori addominali) e solo un 2% di fallimento della protezione dalla gravidanza. L'efficacia è quindi risultata pari a quella della pillola attualmente a disposizione delle donne.


Fonte: Aduc salute, 25 gennaio 2010

 

 

Età del menarca e dismenorrea aiutano a prevedere rischio endometriosi

Prevedere il rischio di endometriosi si può, basta osservare le caratteristiche del ciclo mestruale. Lo sostengono esperti australiani e americani che hanno pubblicato i risultati di una ricerca sull' American Journal of Obstetrics & Gynecology.
Per questo studio sono stati presi in considerazione due gruppi di soggetti: 268 donne di età media pari a 36.4 anni con presenza accertata di endometriosi e 244 donne della stessa età senza alcun sintomo o familiarità con la malattia. Ai due gruppi è stato richiesto di compilare un questionario relativo a caratteristiche demografiche, ormonali, riproduttive, fisiche e dello stile di vita. In particolare i ricercatori formulavano domande sull'età del menarca, sulla durata e l'intensità del ciclo mestruale e sui dolori legati al mestruo.
Da questa ricerca è emerso che le donne che avevano dichiarato di aver avuto il menarca dai 14 anni in avanti avevano meno probabilità di sviluppare l’endometriosi.
Al contrario, coloro che riferivano di una dismenorrea (dolore provocato dal ciclo mestruale) piuttosto precoce erano maggiormente esposte al rischio di endometriosi.
Altri fattori quali la durata e l'intensità del ciclo o il dolore provocato dall'ovulazione non risultavano essere associati a un’alterazione del rischio di sviluppare la malattia nell'endometrio. Questa scoperta potrebbe avere risvolti positivi nell'individuazione precoce di donne maggiormente esposte al rischio endometriosi.


Fonte: American Journal of Obstetrics & Gynecology, 21 gennaio 2010

 

 

Sovrappeso in gravidanza aumenta il rischio futuro di diabete e ipertensione

Una donna in sovrappeso durante la gravidanza è maggiormente esposta al rischio di sviluppare, in futuro, diabete e ipertensione. In particolare i ricercatori dell'Università di Oulu, in Finlandia, hanno trovato che questo rischio è particolarmente elevato quando il sovrappeso in gravidanza è abbinato al diabete mellito gestazionale.
Gli studiosi sono giunti a questa conclusione in seguito a una ricerca che ha coinvolto un gruppo di donne con precedente esperienza di diabete gestazionale, 70 delle quali erano normopeso e 54 sovrappeso (BMI uguale o superiore a 25kg/m 2 ) e un secondo gruppo di donne, 768 normopeso e 250 sovrappeso, che presentavano fattori di rischio per il diabete gestazionale, come ad esempio età superiore a 40 anni e glicosuria, ma risultati normali nel test di tolleranza orale al glucosio. Un terzo gruppo composto da 5341 donne senza fattori di rischio per il diabete gestazionale serviva infine da gruppo di controllo.
Dopo un periodo di monitoraggio durato 20 anni, i ricercatori hanno concluso che essere in sovrappeso durante la gravidanza, pur non sviluppando il diabete gestazionale, aumentava di 12.63 volte il rischio futuro di diventare diabetiche e di 2.86 di soffrire di ipertensione rispetto alle donne normopeso e senza diabete gestazionale. Se oltre al sovrappeso la donna sviluppava anche il diabete gestazionale, il rischio diventava rispettivamente di 47.24 e 9.16 volte superiore.
Infine le donne che, nonostante un peso nella norma, sviluppavano il diabete gestazionale, mostravano un rischio di 10.61 volte superiore di sviluppare successivamente il diabete ma nessun aumento nel rischio di diventare ipertese.
Alla luce di questi dati i ricercatori hanno confermato che una condizione di sovrappeso è un fattore di rischio essenziale per predire una possibile futura insorgenza di diabete o di ipertensione.


Fonte: Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, 4 dicembre 2009; Advance online publication

 

 

Donne in menopausa: rischio osteoporosi maggiore per chi ha vampate di calore

Le donne che nel periodo della perimenopausa sperimentano le cosiddette vampate di calore sono tantissime (tra il 40 e il 70%). Un gruppo di ricercatori della Marmara University School of Medicine di Istanbul, in Turchia, ha deciso di indagare il rapporto tra le presenza di queste vampate e l'incidenza di osteopenia e osteoporosi.
Lo studio si è basato su un campione di 79 donne tra i 45 e i 55 anni, alle quali è stata misurata la densità minerale ossea (BMD) tramite assorbiometria a doppia-energia a raggi X. Il campione è stato quindi suddiviso in due gruppi: del primo gruppo facevano parte 46 donne che avevano di recente (nel corso della settimana precedente lo studio) provato vampate di calore, del secondo gruppo facevano parte le restanti 33 donne che non soffrivano di vampate di calore.
I ricercatori hanno osservato che sebbene l'età media, l'indice di massa corporea e i livelli di estradiolo fossero simili nei due gruppi, il livello medio dell'ormone FSH era invece molto maggiore nelle donne che soffrivano di vampate di calore.
L'incidenza di osteopenia e osteoporosi (valutate utilizzando il metodo di misurazione basato sulla BMD come da indicazioni dell'OMS) era significativamente maggiore nel gruppo di soggetti che soffriva di vampate, con una percentuale di 41,3% contro il 21,2% delle donne senza vampate. Emergeva inoltre dalle analisi che le donne affette da vampate di calore presentavano una densità minerale ossea inferiore nell'area lombare, alla testa del femore e nella zona del triangolo di Ward.
I risultati ottenuti dallo studio hanno indotto i ricercatori a concludere che le donne con sintomi vasomotori sono maggiormente predisposte a sviluppare osteopenia o osteoporosi e per tale ragione un utilizzo più frequente del controllo della densità minerale ossea in questi soggetti potrebbe essere utile per una diagnosi precoce di problemi ossei.


Fonte: International Journal of Gynecology and Obstetrics, 12 ottobre 2009;107:114-6, Issue 20

 

 

Diabete gestazionale: l'auto-monitoraggio dei livelli glicemici riduce rischio macrosomia

Lasciare che le donne affette da diabete gestazionale effettuino il monitoraggio glicemico quotidianamente a casa propria invece che in ambulatorio una volta alla settimana sembra dare risultati migliori sia per quanto riguarda la riduzione della macrosomia neonatale (l'eccessiva grandezza del bebè) sia nella diminuzione dell'aumento di peso della donna.
É senza dubbio il maggior coinvolgimento della paziente nel tenere sotto controllo i propri livelli glicemici il fattore che influenza maggiormente l'efficacia del monitoraggio, permettendo alla paziente di capire i feedback ottenuti dalle diverse scelte alimentari e insegnandole così a fare le scelte migliori per la propria salute.


Fonte: Obstetrics and Gynecology 2009; 113: 1307-12

 

 

Spagna: sì alla contraccezione d'emergenza libera anche per le minorenni

Entro pochi mesi in Spagna le ragazze ancora minorenni avranno accesso ai contraccettivi di emergenza senza l'obbligo di presentare al farmacista la ricetta medica.
Lo hanno deciso Trinidad Jimenez e Bibiana Ado, a capo rispettivamente del Ministero della Sanità e delle Pari Opportunità spagnole, a fronte della più ampia mobilitazione del governo guidato da  José Luis Rodriguez Zapatero per fronteggiare una situazione che in Spagna sta assumendo proporzioni allarmanti: quella della contraccezione e delle gravidanze indesiderate.
Solo nel 2007 infatti sono state effettuate 112 mila IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), di cui più di 6 mila su ragazze con meno di 18 anni, 500 delle quali addirittura under 15.


Fonte: ansa.it, 28 settembre 2009

 

 

Scarsa educazione sessuale dei giovani: serve più impegno per promuovere contraccezione

In occasione della Giornata Mondiale della Contraccezione sono stati resi noti i risultati di uno studio internazionale volto a conoscere l'attitudine dei giovani nei confronti del sesso e della contraccezione e promosso da 10 organizzazioni legate all'ambito della salute sessuale.
Il quadro che emerge dall'analisi di questi dati è quello di una generazione affetta da una generale mancanza di comunicazione tra partner sessuali, un utilizzo diffuso di metodi contraccettivi inaffidabili e alti livelli di sesso non protetto.
Lo studio, che ha coinvolto 6.186 adolescenti provenienti da 18 diversi Paesi di Asia, Europa, America Latina e Stati Uniti, ha mostrato che la situazione è piuttosto omogenea in tutte le parti del mondo: il 35% degli intervistati non parla di metodi contraccettivi con il proprio partner prima di fare sesso, mentre il 36%, pari a un soggetto ogni tre, ha avuto rapporti sessuali non protetti. In particolare in America Latina ben il 67% dei giovani fa o ha fatto sesso senza utilizzare contraccettivi, in Asia la percentuale scende al 45% mentre in Nord America arriva al 38%.
Inoltre il 36% dei giovani ritiene che il metodo del coito interrotto sia una tecnica efficace e un quinto di loro utilizza metodi contraccettivi inaffidabili durante i rapporti sessuali.
Tra gli adolescenti che hanno una vita sessuale attiva il 79% utilizza il profilattico, il 40% la pillola anticoncezionale mentre il 16% si affida al coito interrotto.
La situazione è allarmante e richiede che i governi di tutto il mondo impieghino maggiori energie e fondi per provvedere all'innalzamento del livello di educazione della salute sessuale dei giovani, per evitare che l'incuria e l'inconsapevolezza con cui affrontano la propria vita sessuale durante l'adolescenza non diventino causa di una sempre maggiore diffusione di malattie a trasmissione sessuale e aborti.


Fonte: 15° Congresso della European Cancer Organization e 34° Congresso della European Society for Medical Oncology, Berlino, 20-24 settembre 2009

 

 

Cesareo o naturale: il tipo di parto non influenza il rischio incontinenza

Secondo uno studio recente le donne in dolce attesa che soffrono di incontinenza durante la gestazione non dovrebbero per forza scegliere di partorire con taglio cesareo perché questo non  influenza la probabilità che l'incontinenza urinaria persista anche una volta nato il bebè.
I ricercatori, utilizzando il modello clinico di pelvi continente nullipara (ovvero che non ha mai affrontato un parto) hanno riscontrato che tra le donne che soffrono di incontinenza post parto risultano più esposte a questo disturbo coloro che ne hanno sofferto anche durante le gravidanza, ma la modalità del parto non sembra essere un fattore rilevante nella presenza o meno del problema. 




Fonte: BJOG 2009; 116: 700-7

 

 

Donne obese meno attente alla contraccezione dopo il parto

Le donne obese usano contraccettivi efficaci dopo il parto meno di quanto facciano le donne in sovrappeso, rischiando così di incorrere con maggiori probabilità in una gravidanza indesiderata.
A dirlo sono stati i risultati di uno studio condotto dai ricercatori delle università di Singapore e del North Carolina, negli USA, dopo aver esaminato i dati relativi a 361 donne che avevano preso parte al AMP (Active Mother Postpartum), uno studio per il controllo della riduzione del peso.
Del campione di donne preso in considerazione, 154 erano state classificate come persone sovrappeso, 112 come donne con obesità lieve (di primo grado) e 95 con obesità media o grave (di secondo o terzo grado).
I ricercatori hanno evidenziato che solo il 45% delle donne nel campione esaminato utilizzava contraccettivi efficaci (erano considerati tali i metodi ormonali, i dispositivi intrauterini e la sterilizzazione) nei 12 mesi successivi al parto, sottolineando inoltre il fatto che le donne obese utilizzassero in modo significativamente inferiore gli anticoncezionali rispetto alle donne sovrappeso.
Gli esperti hanno ipotizzato come causa di questo fenomeno il fatto che, dovendo già prestare attenzione alle proprie condizioni di salute e affrontare disturbi come ipertensione e diabete, le donne obese dedicano poco tempo e attenzione all'ambito della contraccezione.


Fonte: Contraception,  giugno 2009

 

 

Per curare la dispareunia è fondamentale individuare la causa

Con il termine dispareunia gli specialisti indicano un disturbo sessuale caratterizzato da dolore nella zona genitale o pelvica durante un rapporto sessuale. Si tratta di un problema di cui non si conosce l'esatta diffusione poiché molte donne, pur essendone affette, non chiedono aiuto ai medici, tuttavia i dati raccolti a riguardo parlano del 46% di donne sessualmente attive che soffrono di dispareunia.
In una recente rassegna specialistica curata da esperti della Norfolk & Norwich University Hospital
NHS Foundation Trust, nel Regno Unito, sono state discusse tutte le possibili cause del disturbo relativamente al grado con cui questo si manifesta.
A seconda della sede in cui si individua il dolore in effetti si parla di diversi tipi di dispareunia: superficiale (introitale o mediovaginale)e profonda. Nel primo caso il dolore è localizzato nel tratto iniziale della vagina e avvertito per lo più all'inizio del rapporto sessuale; le cause scatenanti possono essere in questo caso associate a vulvodinia, vaginismo, trauma perineale dovuto al parto e fattori pscicologici. Nel secondo caso invece il dolore interessa la zona pelvica e viene associata a dolore pelvico cronico, endometriosi o malattia infiammatoria pelvica.
Un altro fattore che può aiutare i medici a scoprire la causa scatenante della dispareunia è la manifestazione del dolore: se si verifica in seguito al primo rapporto sessuale (manifestazione primaria) spesso nasconde una causa di tipo psicosociale; se invece compare secondariamente, dopo che la paziente ha avuto funzioni sessuali normali, è più probabile che la causa sia da ricondursi a problemi fisici.
È quindi importante che i medici facciano domande alle pazienti per tentare di scoprire le cause della dispareunia e che al tempo stesso si accertino che il disturbo non nasconda altre patologie con adeguati esami fisici.


Fonte: Obstetrics, Gynaecology and Reproductive Medicine 2009;19:215-20

 

 

Moderata attività fisica in gravidanza non aumenta rischio di parto cesareo

Fare una leggera attività fisica per migliorare resistenza e tonicità durante il secondo e terzo trimestre di gravidanza non altera in alcun modo la dilatazione media, l'espulsione e il momento della nascita né aumenta il rischio di ricorrere a un parto cesareo.
Lo affermano i ricercatori della Universidad Politécnica de Madrid, in Spagna, dopo aver osservato che nelle donne incinte i benefici apportati da un costante esercizio fisico non sono accompagnati da ripercussioni negative al momento del parto.
Lo studio grazie al quale gli esperti sono giunti a questa conclusione prevedeva che un gruppo di donne sedentarie partecipasse durante la gravidanza a 3 sedute settimanali di attività fisica da 35 minuti ciascuna per 26 settimane consecutive, mentre un altro gruppo di donne mantenesse la propria vita sedentaria.
La percentuale di parti naturali, strumentali e cesarei nel gruppo di donne sedentarie è stata rispettivamente del 71.4%, 12.9% e 15.7%, mentre nel gruppo di donne sottoposte all'allenamento costante è stata rispettivamente del 70.8%, 13.9% e 15.3%. Anche la quantità di nascite pretermine è stata simile nei due gruppi: due fra le donne allenate e tre fra le donne sedentarie.
Lo studio conferma quindi che non esistono controindicazioni a una costante attività fisica durante la gravidanza, a patto che sia non troppo faticosa e che sia effettuata dietro approvazione del medico




Fonte: American Journal of Obstetrics and Gynecology 2009; Advance online publication

 

 

Bebè a rischio asma se la mamma in gravidanza respira fumo passivo

E' risaputo ormai da tempo che fumare durante la gravidanza mette in pericolo lo sviluppo polmonare del feto, quello che ancora non si conosce con esattezza sono le conseguenze sulla salute del nascituro a causa del fumo che la madre potrebbe respirare passivamente durante la gestazione.
Una ricerca condotta da studiosi dell'Università di Atene, in Grecia, ha messo in evidenza il fatto che le donne in dolce attesa, se esposte a fumo passivo durante il terzo mese di gravidanza, avevano una probabilità molto maggiore di dare alla luce un bambino con problemi di asma e sintomi allergici correlati.
In particolare i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 2374 bambini tra 1 e 6 anni di età provenienti da diverse parti della Grecia, e hanno così scoperto che i figli di donne non fumatrici costantemente esposte a fumo passivo durante il terzo mese di gravidanza erano 1.46 volte più a rischio di una diagnosi medica di asma, 1.45 volte più esposti a eruzioni cutanee pruriginose e 1.42 volte più soggetti ad avere difficoltà respiratorie rispetto a bambini nati da donne non fumatrici e non esposte a fumo passivo.
Gli esperti greci hanno perciò concluso che non è sufficiente convincere le donne a smettere di fumare durante la gravidanza, ma è altrettanto importante tutelare tutte le donne incinte dal fumo passivo, a cominciare dai luoghi pubblici in cui dovrebbe essere vietato fumare.




Fonte: Pediatric Allergy and Immunology 2009; 20: 423-9

 

 

Cacao: un prezioso alleato per la salute delle donne

Per la sedicesima volta torna a Perugia Eurochocolate, la fiera che celebra le virtù del “cibo degli dei” e, per l'occasione, si riuniscono esperti provenienti da tutto il mondo per partecipare alla seconda edizione del convegno sul tema “Cioccolato e salute della donna” che si terrà il 18 e 19 ottobre nella città umbra.
Organizzato dal professor Di Renzo, direttore della Clinica Ostetricia e Ginecologia dell'Università di Perugia, il convegno porterà i ricercatori delle migliori università nazionali e internazionali a confrontarsi sugli ultimi risultati ottenuti in materia di qualità benefiche del cioccolato.
É stato infatti dimostrato che il cacao, contenuto in quantità più elevate nel cioccolato di tipo fondente, ha effetti benefici sulla salute, in particolare su quella femminile.
Sembra in effetti che determinati elementi contenuti nel cacao, come i flavanoli, le procianidine e la teobromina, abbiano proprietà antiossidanti e ipolipidemiche, oltre ad avere un effetto positivo sul controllo del diabete, dell'ipercolesterolemia e dell'ipertensione.
Le proprietà del cacao tuttavia non esauriscono qui; è risaputo infatti che il cioccolato migliori l'umore, diminuisca il mal di testa, migliori le prestazioni sessuali e possa perfino ridurre la sindrome premestruale.
Durante il convegno saranno quindi presentati i dati più recenti riguardanti i benefici provocati dal cacao sulla salute delle donne, le quali potranno cominciare a considerare il cioccolato come un prezioso alleato per il proprio benessere piuttosto che una tentazione insidiosa per il peso forma.




Fonte: MCA EVENTS srl, giugno 2009

 

 

Endometriosi: proposte delle linee guida per la diagnosi e la cura

Al IV Congresso internazionale sull'endometriosi svoltosi a Roma gli esperti hanno proposto di dare vita a linee guida per la diagnosi precoce e la cura dell'endometriosi e di creare "centri di eccellenza" che offrano alle pazienti informazioni corrette ed aggiornate affrontando la patologia con un approccio multidisciplinare. Il presidente del congresso Sebastiano Campo ha ribadito che l’e quipe dei medici deve comprendere un ginecologo, uno psicologo, uno specialista del dolore, un urologo, un chirurgo, uno specialista della fertilita' e un fisioterapista.
Campo ha anche reso noto che il 47% delle donne con endometriosi riferisce di avere consultato un medico almeno 5 volte prima della diagnosi. Di qui l'urgenza di stilare linee guida per accelerare l'accertamento della malattia e definire le terapie da somministrare.
Tra le terapie farmacologiche piu' accreditate figurano gli estroprogestinici che bloccano l'attivita' ovarica e simulano una menopausa oltre alle sostanze ormonali da usare localmente con lo scopo di ridurre o azzerare temporaneamente i flussi mestruali.
Tra le tecniche chirurgiche conservative sono invece diffuse l'ablazione isteroscopica dell'endometrio, la crioterapia degli adenomi uterini e il trattamento con ultrasuoni. Campo ha infine ricordato che una donna affetta da endometriosi viene ricoverata in media per 4,6 giorni, con un costo di 2.776 euro.



Fonte: SanitàNews ,  28 maggio 2009

 

 

Servizio sanitario nazionale: ecco cosa pensano le donne

Poca disponibilità dei medici all'ascolto, ospedali poco attenti alle esigenze delle donne e liste d'attesa troppo lunghe: queste le critiche dell'universo femminile al Servizio sanitario nazionale del nostro Paese.
I dati, raccolti grazie all'indagine condotta dall'Onda (l'Osservatorio nazionale sulla salute della donna) su 705 donne tra i 25 e i 60 anni, hanno svelato pregi e difetti della sanità italiana secondo il punto di vista femminile.
Il 67% delle intervistate ha riferito poca disponibilità da parte del personale medico ad ascoltare i problemi delle donne, mentre secondo il 60% le strutture ospedaliere non sono “a misura di donna”.
L'aspetto su cui la maggioranza delle intervistate si trova d'accordo riguarda però le liste d'attesa, che secondo il 71,6% devono essere accorciate.
Dall'indagine non emergono tuttavia solo aspetti negativi: le donne hanno promosso infatti le campagne di screening, utili per il 79,2%, e l'atteggiamento dei medici nei confronti dei pazienti più piccoli.
Nel complesso quindi emerge una situazione di soddisfazione nei confronti del sistema sanitario, seppur con forti differenze tra nord e sud del Paese: le donne che abitano nella zona settentrionale e centrale della penisola sono più soddisfatte (80% circa) rispetto alle donne che usufruiscono dei servizi sanitari nel Meridione (66%).
L'alto livello di informazione nella popolazione femminile rende quindi necessario un Servizio sanitario nazionale all'altezza delle aspettative: la metà delle donne è ben informata sui propri disturbi di salute, e la restante metà ne è sufficientemente informata, ma spesso liste di attesa troppo lunghe e tecniche diagnostiche fastidiose possono agire da ostacoli nel costante controllo del proprio stato di salute.



Fonte: AGI,  21 maggio 2009

 

 

Smettere di fumare evita il peggio

Gli effetti collaterali più gravi del fumo sul feto possono risultare reversibili se le madri smettono di fumare nelle prime fasi della gravidanza. Tuttavia, sono stati finora molto pochi gli studi che si sono occupati di stabilire se vi sia un momento critico della gestazione entro il quale si debba smettere di fumare per evitare le complicazioni della gravidanza legate al fumo. Se un limite del genere venisse identificato, avrebbe importanti implicazioni per la salute pubblica. Tale limite di fatto è stato individuato nella quindicesima settimana di gravidanza, in quanto se la madre smette di fumare entro questo termine il tasso di complicazioni relative risulta simile a quello delle non fumatrici. Questo dato non va interpretato nel senso che smettere di fumare dalla sedicesima settimana in poi sia inutile: vi sono prove di miglioramenti negli esiti della gravidanza anche nelle donne che smettono alla trentaduesima settimana, inoltre smettere di fumare in una qualsiasi fase della gravidanza, se non vi sono riprese dopo il parto, comporta enormi benefici addizionali per la salute de bambino anche superata l'età neonatale.



Fonte: BMJ online 2009, pubblicato il 27/3

 

 

Sigo e Aogoi: no alla denuncia dei clandestini

La Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) e l'Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi) hanno manifestato, tramite le parole di Giorgio Vittori e di Giovanni Monni, presidenti rispettivamente di Sigo e Aogoi, il medesimo parere contrario nei confronti del nuovo decreto legge che consentirebbe ai dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale di denunciare i pazienti nel caso in cui questi risultino essere clandestini nel nostro Paese.
I presidenti delle due associazioni hanno voluto sottolineare l'importanza di far sentire queste persone al sicuro, affinché non temano di rivolgersi alle strutture ospedaliere in caso di necessità e affinché sia tutelato il diritto di tutti a ricevere le cure mediche necessarie, in particolar modo quando si tratta di donne incinte e di bambini appena nati.
Del resto fa parte del giuramento di un medico la promessa di garantire un trattamento equo a tutti i pazienti, senza alcuna sorta di discriminazione; una garanzia che dovrebbe venire ancora prima dallo Stato, permettendo così un'integrazione più efficace degli immigrati e un generale miglioramento della salute della popolazione del nostro Paese.



Fonte: Adnkronos, 6 febbraio 2009

 

 

Martini, stop ritocchi seno per minorenni

Francesca Martini, sottosegretario alla Salute: "Sempre più spesso le adolescenti, più fragili e sensibili ai messaggi dei media, chiedono un seno nuovo. Ma considerati i rischi per la salute di interventi eseguiti quando la ghiandola mammaria non è ancora formata, siamo pensando di escludere i ritocchi sulle minori non motivati da problemi medici. Non sono contraria alla chirurgia estetica, ma chi vuole sottoporsi a questi interventi deve contare su garanzie e sicurezze. Nel caso dei ritocchi al seno sulle minorenni il tavolo tecnico al lavoro al ministero, di cui fanno parte specialisti e società scientifiche, sta lavorando per arrivare a delle linee guida chiare che tutelino la salute delle giovanissime". La Martini ha annunciato che a breve si arriverà a un Registro nazionale delle protesi al seno, che ne garantisca la tracciabilità. "Il Registro, su base regionale, sarà collegato con una banca dati nazionale per fornire un quadro epidemiologico preciso, tutelando la privacy delle pazienti".


Fonte: Adnkronos Salute, 4 febbraio 2009

 

 

Fumo materno riduce flusso ematico al feto

Il fumo in gravidanza riduce la produzione di ossido nitrico nel letto vascolare fetale, riducendo pertanto anche il flusso ematico al feto, e ritardando pertanto anche la crescita. Si tratta di una delle prime occasioni in cui viene mostrato un parametro biochimico di ciò che accade alla base dell'insorgenza del basso peso neonatale: è noto da 50 anni che i bambini delle madri che fumano sono esposti al rischio di basso peso neonatale, ma oggi è stata indicata una possibile spiegazione del fatto che vi sia una restrizione del flusso ematico al feto. Sono in progetto nuovi studi atti a determinare se la compromissione della funzionalità vascolare nel feto si traduca o meno in arteriosclerosi nelle fasi successive della vita.



Fonte: Circulation online 2009, pubblicato il 3 febbraio 2009

 

 

Gravidanza: un ormone predice rischio depressione post partum

Si chiama ormone di liberazione della corticotropina, meglio conosciuto con la sigla CRH, e secondo un gruppo di ricercatori dell'università della California sarebbe un ottimo indicatore per scoprire se una donna incinta potrebbe o meno incorrere nella depressione post partum.
Misurando i livelli di questa sostanza in 100 donne in dolce attesa gli esperti sarebbero infatti riusciti a individuare le future mamme più esposte al rischio del cosiddetto baby blues, ovvero la depressione che colpisce circa il 15-20% delle donne a circa un mese dal parto a causa del crollo dei livelli di cortisolo nell'organismo.
Il CRH è responsabile della liberazione della corticotropina, sostanza addetta a stimolare la produzione di ormoni quali il cortisolo, coinvolto nella risposta allo stress. Monitorando i livelli del CRH alla 25esima settimana di gestazione i ricercatori hanno saputo prevedere nel 75% dei casi la comparsa di depressione post partum, seguendo l'ipotesi che nelle donne con livelli di CRH elevati durante la gravidanza, la caduta dei livelli di cortisolo dopo il parto avrebbe creato maggiori disagi portandole con più probabilità a soffrire di depressione.
Se ulteriori studi riuscissero a dimostrare la fondatezza delle conclusioni a cui sono giunti i ricercatori californiani si potrebbero aprire nuove prospettive sul fronte della prevenzione e della diagnosi precoce per la depressione post partum.



Fonte: Adnkronos Salute, 3 febbraio 2009

 

 

Sindrome pre-mestruale: campanello d'allarme per depressione post partum

Prevenire la depressione post partum è possibile, a condizione che si presti la giusta attenzione ai fattori di rischio, che si faccia una campagna di informazione ampia ed efficace e che vengano create delle strutture idonee a curare questo disturbo che solo in Italia colpisce ogni anno circa 50 mila donne.
Questo in sintesi quanto affermato dai ginecologi riuniti a Berlino per la presentazione della nuova pillola contraccettiva a base di drospirenone, una sostanza che sembra avere effetti benefici anche sulla sindrome pre-mestruale, indicata dagli esperti come possibile fattore di rischio per la depressione post partum.
Se una donna è geneticamente predisposta a subire gli effetti del crollo ormonale sul carattere e lo stato d'animo, mostrando di conseguenza forti sbalzi di umore nel periodo precedente il ciclo mestruale, è fortemente possibile che la stessa cosa si verifichi dopo il parto, momento in cui il livello di estrogeni nel corpo femminile cala drasticamente favorendo l'insorgenza di disturbi depressivi.
Questo campanello d'allarme è da tenere in considerazione in modo particolare da quel 25% di donne in cui la sindrome pre-mestruale è tanto forte da richiedere l'intervento del medico, poiché presumibilmente anche la depressione dopo il parto sarà più marcata.
La campagna di sensibilizzazione “Non lasciamole sole” ideata dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) intende ampliare la conoscenza che le donne, ma anche il personale medico, hanno di questa malattia che troppo spesso viene sottovalutata portando così a epiloghi a volte anche tragici.


Fonte: Adnkronos 24 gennaio 2009

 

 

Prodotti omeopatici contro sintomi menopausa: meglio chiedere al medico

È sempre più diffuso, soprattutto fra le donne, l'utilizzo di prodotti naturali per combattere disturbi di diverso genere, tra cui anche i sintomi di menopausa e pre menopausa.
Pur essendo spesso considerati innocui per la loro origine naturale, è sempre consigliabile mostrare al proprio medico di fiducia questi prodotti che il più delle volte mancano di garanzie di efficacia e di qualità.
Il medico è in effetti la persona più adatta per effettuare, nel limite del possibile, un'analisi delle sostanze contenute nel prodotto, consigliando o mettendo in guardia la paziente circa la sua assunzione e valutando se possano esserci eventuali interazioni con altre terapie farmacologiche in corso.

Fonte: Drug Ther Bull. 2009 Jan;47(1):2-6

 

 

Infertilità in aumento nei Paesi industrializzati

Sempre più coppie nei Paesi industrializzati rimandano il momento di avere un figlio, aumentando così la probabilità di dover affrontare un calo nel livello di fertilità e andare quindi incontro a una maggiore difficoltà per la donna di restare incinta.
L'età in cui si decide per una gravidanza (le donne in media hanno il primo figlio a 32 anni) non è tuttavia l'unico fattore che crea problemi di infertilità alle coppie; spesso vi si uniscono abitudini dannose come fumo, alcol e caffè in quantità eccessive. Esistono inoltre alcuni fattori di rischio come l'assunzione di steroidi, il contatto con insetticidi e sostanze chimiche industriali che sono nemici pericolosi per la salute riproduttiva degli individui.
Infine, tra le cause dell'aumento di disturbi legati all'infertilità (un problema che interessa il 15-20% delle coppie nei Paesi sviluppati) bisogna ricordare la graduale e inesorabile diffusione delle malattie ginecologiche femminili come l'endometriosi, che se non individuate e curate in tempo rischiano di avere conseguenze gravi sulla capacità riproduttiva di chi ne è colpito.

Fonte: Adnkronos Salute, 28 gennaio 2009

 

 

L'epidurale è sicura

Secondo un recente studio inglese, il rischio di effetti avversi relativi alle anestesie epidurali (non solo per il parto, ma anche per interventi di chirurgia ortopedica) è stato sopravvalutato di circa 10 volte rispetto ai rischi reali. E nella maggior parte dei casi in analisi, le complicazioni sono state il risultato di una reazione individuale all'anestesia piuttosto che di errori dell'anestesista. In particolare, le donne incinte hanno avuto un tasso bassissimo di effetti avversi: solo una su 80.000 ha subito danni permanenti.

Fonte: Adnkronos, 13 gennaio 2009

 

 

Via libera al lavoro dopo il parto, ma solo a certe condizioni

Tornare al lavoro pochi giorni dopo aver dato alla luce un figlio va bene, purché non si privi il neonato della vicinanza con la madre e dell'allattamento al seno, due condizioni indispensabili affinché il bimbo cresca sano e forte e il suo legame con la madre diventi indissolubile.
È questo il parere espresso dai membri della Società neonatologi italiani e della Società italiana di ginecologia e ostetricia, che tengono però a precisare un aspetto fondamentale della questione: tornare al lavoro subito dopo il parto è un privilegio che solo per poche donne può diventare realtà. È necessario infatti avere a disposizione cure mediche oltre che tecniche, serve infatti una persona che possa stare con il bambino in assenza della madre e, se la madre ha subito un taglio cesareo, è indispensabile che ci sia un'adeguata assistenza medica perché, seppur di routine, il parto cesareo è pur sempre un'operazione chirurgica che necessita di tempo e attenzione per guarire correttamente.

Fonte: Adnkronos Salute, 9 gennaio 2009

 

 

Infertilità: scarse le conoscenze degli adolescenti. Serve educazione mirata

È in aumento tra gli adolescenti il livello di ignoranza riguardo i fattori che possono causa infertilità, e le conoscenze in materia variano tra i maschi e le femmine e a seconda dello status economico e sociale.
Queste le affermazioni degli esperti in seguito a uno studio che ha portato alla luce la mancanza di attenzione verso le iniziative volte a migliorare la conoscenza dei giovani in materia di fertilità e riguardo l'efficacia di quelle poche già attuate.
È opinione dei ricercatori che delle strategie di prevenzione mirate possano preservare la salute riproduttiva dei giovani.
Dopo aver intervistato 772 studenti di circa 17 anni in 18 scuole superiori diverse, gli studiosi sono giunti alla conclusione che il termine infertilità era familiare
al 79% dei ragazzi, ma ben il 20% era ignaro del fatto che l'infertilità potesse risultare sia da fattori femminili che maschili. Un po' più informate le ragazze, che in più dell'infertilità.
Meno conosciuti invece i fattori esterni che possono provocare danni alla fertilità di un individuo. Ben il 34% dei giovani intervistati non sapeva che il fumo potesse ridurre la fertilità, così come il 22% non sapeva che droghe e abuso di alcool incidano sulle capacità riproduttive. Ancor peggio il dato riguardante le malattie veneree, in cui addirittura il 43% ha dichiarato di non sapere che un'infezione trasmessa sessualmente può portare anche all'infertilità.
Sono state infine evidenziate notevoli differenze tra maschi e femmine: queste ultime hanno infatti dichiarato di voler avere più informazioni sui rischi dell'infertilità e di essere molto più preoccupate all'idea di scoprire di essere sterili di quanto non lo siano i coetanei maschi.

Fonte: Fertility and Sterility 2008;90:2099-106, 5 gennaio 2009

 
 
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